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Quando a Roma si parlava napoletano

Un ghigno compare sul mio viso, non potete vederlo ma vi assicuro che c’è, e il motivo mi viene cagionato dalla lettura di alcune documentazioni relative agli idiomi della penisola italica.

Non essendo un cultore della storia linguistica del nostro Paese devo, ob torto collo, riferirmi ad altrui affermazioni per comprendere l’evoluzione linguistica della “mia lingua”.

È universalmente riconosciuto che l’italiano moderno poggia i suoi enormi piedi sul latino classico, quello letterario per intendersi mentre il volgo (da vulgaris) aveva un suo idioma composto da un limitato vocabolario latino infarinato con le antiche lingue parlate nell’area, questi dialetti alla fine hanno dato origine alle varie lingue romanze attualmente vive nel bacino linguistico neolatino.

Questa è in breve sintesi la definizione (spero che qualcuno storca il naso, me ne rallegro).

Una prima lista di queste parole volgari la si ritrova nell’Appendix Probi del III secolo dove al fianco della corretta parola latina compare quella che il vogo utilizzava nell’uso comune, lo scopo era quello di affermare la corretta dizione ad uso didattico della parola (pardon per il gioco di “parole”).

In ogni caso il latino classico ha continuato la sua vita anche oltre l’impero romano essendo utilizzato come lingua ufficiale per tutti gli scritti finché un malcapitato giorno del 960 una dichiarazione processuale non sancì la nascita della lingua italiana o per essere più precisi del napoletano, il documento era il Placito Capuano e qui sono sicuro di non essere l’unico a conoscerne l’esistenza.

Qualche annetto dopo, diciamo intorno al 1300, venne eretto il primo grande “monumento” linguistico del volgare della “Caput Mundi” decaduta, la Cronica dell’Anonimo Romano nel quale, udite udite, si rivela come il vulgaris parlato in Roma fosse se non identico affine al napoletano, giusto per citare qualche parola: tiempo, uocchi, vocca, iente (gente), pozzo (posso).

Certo, non è da tutti poter consultare la Cronica, allora vi invito a visitare l chiesa sotterranea di S.Clemente, in uno degli affreschi dell’XI secolo che raffigura il papa Clemente I durante una celebrazione sarete felici di leggere “Sisinium: Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle!”, beh, se vogliamo è un misto tra volgare e latino e anche quest’ultimo non più rispettoso dei canoni classici della lingua.

Il capitolo 18 della Cronica contiene una biografia di Cola di Rienzo dalla quale voglio estrapolare una parte di una legge emessa: “… fece leiere una carta nella quale erano li ordinamenti dello buono stato. Conte, figlio de Cecco Mancino, la lesse brevemente. Questi fuoro alquanti suoi capitoli:

Lo primo, che qualunche perzona occideva alcuno, esso sia occiso, nulla exceptuazione fatta.

Lo secunno, che li piaiti non se proluonghino, anco siano spediti fi’ alli XV dìe.

Lo terzo, che nulla casa de Roma sia data per terra per alcuna cascione, ma vaia in Communo.

Lo quarto, che in ciasche rione de Roma siano auti ciento pedoni e vinticinque cavalieri per communo suollo, daienno ad essi uno pavese de valore de cinque carlini de ariento e convenevile stipennio.

Lo quinto, che della Cammora de Roma, dello Communo, le orfane elle vedove aiano aiutorio.

Lo sesto, che nelli paludi e nelli staini romani e nelle piaie romane de mare sia mantenuto continuamente un legno per guardia delli mercatanti.

Settimo, che li denari, li quali viengo dello focatico e dello sale e delli puorti e delli passaii e delle connannazioni, se fossi necessario, se despennano allo buono stato.

Ottavo, chelle rocche romane, li ponti, le porte elle fortezze non deiano essere guardate per alcuno barone, se non per lo rettore dello puopolo.

Nono, che nullo nobile pozza avere alcuna fortellezze.

Decimo, che li baroni deiano tenere le strade secure e non recipere li latroni e li malefattori, e che deiano fare la grascia so pena de mille marche d’ariento.

Decimoprimo, che della pecunia dello Communo se faccia aiutorio alli monisteri.

Decimosecunno, che in ciasche rione de Roma sia uno granaro e che se proveda dello grano per lo tiempo lo quale deo venire.

Decimoterzio, che se alcuno Romano fussi occiso nella vattaglia per servizio de Communo, se fussi pedone aia ciento livre de provisione, e se fussi cavalieri aia ciento fiorini.

Decimoquarto, che·lle citate e·lle terre, le quale staco nello destretto della citate de Roma, aiano lo reimento dallo puopolo de Roma.

Decimoquinto, che quanno alcuno accusa e non provassi l’accusa, sostenga quella pena la quale devessi patere lo accusato, sì in perzona sì in pecunia

leggendola si notano le tantissime affinità tra il romanesco del 1300 e il napoletano, cosa affatto strana se si considera il ragionamento che avevo suggerito all’inizio, eminenti studiosi ritengono che la base linguistica del napoletano possa immergersi nella contaminazione del latino con la lingua osca comunemente parlata a Capuam e Pompei e dal successivo inquinamento dovuto alle aggiunte dei vari mercanti campani che attraversavano il territorio.

Roma per la vicinanza e il continuo scambio con le regioni a sud assunse quindi col passare del tempo l’uso e la padronanza del volgare napoletano che intanto aveva iniziato a includere assonanze longobarde, arabe, normanne e parzialmente bizantine anche se odiate, la conformazione politica del territorio inoltre ne favoriva lo sviluppo.

Le aree a nord del Soglio Pontificio invece assonarono il volgare latino con influenze germaniche degenerando la lingua negli attuali dialetti che oggi si parlano al nord.

E fu proprio da queste degenerazioni che nacque l’attuale romanesco ma questo avvenne in modo prevalente solo in seguito al sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi nel 1527 che diedero al romano-napoletano il definitivo taglio che le fece allontanare i due idiomi, in precedenza l’avvento dei papi medicei portò nella Città eterna le prime contaminazioni linguistiche dell’area toscana.

Tornando alle truppe carliniste dei lanzichenecchi, operarono un tal buon lavoro all’interno dell’Urbe che l popolazione calò sino a contare poche migliaia di individui, le successive integrazioni residenziali portò all’interno della città genti provenienti sia dalla Toscana che dai monti unbro-marchigiani con la loro parlata già distinguibile dalla napoletana, la lingua volgare romana quindi si esiliò completamente dalla napoletana dando vita a quella che oggi chiamiamo romanesco.

Grazie a queste modificazioni successive Roma allontanò il suo parlato da Napoli che intanto diffuse e migliorò la lingua che diede alla letteratura validi e importanti contributi mentre l’uso popolare ne favorì la musicalità fonetica a tal punto che l’arte del cantare napoletano ha poi generato quella che oggi chiamiamo musica italiana (mi spiace per i padani, ma i loro lamenti musicali possono solo da fungere da anestetico).

Anonimo Romano, Cronica, ed. G. Porta, Milano, Adelphi, 1979

Claudio Giovanardi, Lingua e dialetto di Roma all’inizio del terzo millennio, in:”Parolechiave” Nuova serie di “Problemi del Socialismo”, n. 36, Roma dicembre 2006, pp. 143 – 162

G. Billanovich, Come nacque un capolavoro: la ‘Cronica’ del non più Anonimo Romano. Il vescovo Ildebrandino Conti, Francesco Petrarca e Bartolomeo di Iacovo di Valmontone, in: “Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei – Classe di scienze morali, storiche e filologiche”, s. IX, 6 (1995), pp. 195 – 211

Diplomato in elettronica delle telecomunicazioni, ricercatore e divulgatore di storia e costumi locali per passione e spesso in contrasto con i canali storici ufficiali. Per anni membro del consiglio direttivo dei CDS, un'associazione culturale di ricerca di identità storiche del meridione, e tutt'ora membro della stessa.

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